La Pace Contributiva consente di coprire i periodi scoperti da contributi lavorativi, con versamenti alla cassa di previdenza che sarebbero meno gravosi di quanto è previsto dall’attuale normativa.

Il provvedimento, che riguarderebbe chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e rientra nel sistema contributivo delle pensioni, è stato pensato per risolvere, almeno in parte, il problema delle carriere lavorative discontinue che riguardano soprattutto le giovani generazioni.
Con il sistema contributivo, il vitalizio è infatti calcolato interamente sui contributi versati. Per questo, avere una carriera con contratti flessibili e a tempo determinato, forte mobilità e periodi di disoccupazione involontaria significa accumulare buchi contributivi, che pesano poi sul calcolo della pensione ed anche sull’età pensionabile. Oggi è possibile versare volontariamente i contributi per i periodi di non lavoro, ma a condizioni talmente onerose che pochi scelgono di aderire.

COME RECUPERARE I BUCHI CONTRIBUTIVI

La normativa di riferimento per chi vuole colmare i buchi contributivi è il Decreto Legislativo 564/1996 che consente alla generalità dei lavoratori dipendenti pubblici e privati di chiedere il riscatto:

  • dei periodi di interruzione o sospensione del rapporto di lavoro previsti da specifiche disposizioni di legge o di contratto (es. aspettativa non retribuita);
  • dei periodi di formazione professionale, studio e ricerca e di inserimento nel mercato del lavoro;
  • dei periodi intercorrenti nel lavoro a tempo parziale di tipo verticale o ciclico;
  • dei periodi intercorrenti tra un rapporto di lavoro e l’altro nel caso di lavori discontinui, stagionali o temporanei (a condizione che il lavoratore possa provare l’iscrizione alle liste di disoccupazione).

Secondo tale norma, possono essere riscattati periodi di interruzione o sospensione del lavoro per un massimo di 3 anni, con il versamento di un importo che viene calcolato con il metodo della riserva matematica. Senza entrare nei dettagli tecnici, si tratta di un sistema di calcolo molto complesso, formulato in modo tale che il lavoratore debba versare un valore pari alle prestazioni che gli saranno poi erogate in pensione. L’importo dipende dalla speranza di vita, dal contesto economico del paese, dal reddito percepito. Si tratta, in genere, di cifre particolarmente onerose, pari a decine di migliaia di euro.

PIÙ SEMPLICE COPRIRE I BUCHI CONTRIBUTIVI?

I paletti imposti al recupero dei buchi contributivi e l’onerosità determinata dalla riserva matematica hanno fatto sì che pochi facciano effettivamente uso di questo strumento. Con la manovra, il Governo vorrebbe rendere più agevole l’accesso alla copertura dei buchi contributivi accumulati dopo il 1996, prevedendo un onere economico semplificato rispetto alla riserva matematica: l’onere da versare verrebbe calcolato sullo stipendio medio dell’anno successivo a quello per il quale si colloca il periodo da recuperare.

Chi, per esempio, in un anno abbia lavorato 8 mesi su 12, dovrebbe avere la possibilità di recuperare anche i 4 mesi mancanti versando tra un minimo e un massimo definito per legge, con possibilità di rateizzare il dovuto fino a 120 rate mensili.

Per accedere al beneficio sarebbe richiesto un minimo di 20 anni effettivi di contributi. Si potrebbero detrarre fiscalmente i soldi spesi per la contribuzione aggiuntiva. Anche nonni e figli potrebbero effettuare i versamenti, con le stesse regole e la possibilità di ottenere la detrazione fiscale, a beneficio dei giovani.

Se tutto questo fosse approvato, la pace fiscale consentirebbe di colmare quei vuoti per farli valere ai fini della maturazione del diritto alla pensione ed ai fini dell’entità dell’assegno.